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La distorsione di caviglia

Articolo apparso su internet e liberamente modificato

Introduzione
La distorsione di caviglia e' il più frequente trauma muscolo-scheletrico dell' arto inferiore, si pensi che in Italia si stimano circa 50.000 traumi distorsivi in un giorno, questi, interessano, prevalentemente, soggetti che praticano sport da salto (pallavolo,basket) o da contatto (calcio, rugby) senza tralasciare, altresì, i traumi accidentali domestici.

Definizione
La distorsione di caviglia si può definire come una lesione delle parti molli che si verifica quando il movimento dell'astragalo supera i limiti fisiologici imposti dai legamenti che lo vincolano; i traumi distorsivi di caviglia possono avvenire in inversione del piede (più frequente) o in eversione; i legamenti deltoideo,peroneo-astragalico-anteriore,peroneo-calcaneare sono esposti nel subire una lesione isolata o combinata.

Classificazione
E' importante descrivere la gravità della lesione e per tale motivo e' stato adottato un sistema di classificazione con una scala che va da I a III.

Grado I : Il I grado e' una lesione in cui i legamenti della caviglia hanno conservato la propria stabilità ma c'è stato un minimo sovvertimento strutturale; in questi casi la dolorabilità e' presente solo in una zona isolata con minimo gonfiore localizzato.
Nelle distorsioni di I grado non vi sono patologie ossee associate, in genere la prognosi e' buona con restitutio ad integrum.

Grado II : In questo caso si tratta di una lesione piu' complessa in cui e' possibile la lacerazione parziale di uno o più legamenti; sovente e' presente edema e dolore indice indiscusso di possibile rottura dei legamenti. Non bisogna trascurare in questo grado la possibilità di una patologia associata.

Grado III : Una distorsione di grado III comporta la lacerazione completa di almeno un legamento; il gonfiore e' notevole ed in genere e' presente un emartro (raccolta di sangue) della caviglia;la flessione dorsale e' dolorosa. In una distorsione di grado III la possibilità di una lesione articolare e' alta.

Come si fa la diagnosi:

La storia del paziente è importante per verificare la severità della lesione e le strutture lese; è importante sapere se si tratta della prima distorsione di caviglia oltre al meccanismo del trauma; un altro dato importante è l'entità del gonfiore che ci permetterà di classificarla, quindi l'esplorazione clinica verificando con una pressione delle dita la zona del legamento deltoideo (interno), peroneo-astragalico-anteriore, peroneo-calcaneale, del perone, base del V metatarso, malleolo mediale e la regione della sindesmosi; la prova del cassetto anteriore deve essere eseguita in tutti quei casi in cui si sospetta una lesione legamentosa.
Gli esami radiografici per le lesioni di II e III grado dovrebbero iniziare con una rx-grafia in antero-posteriore e laterale; l'utilizzo della risonanza magnetica non e giustificato in una fase acuta ma può avere un valore solo quando vi sia il sospetto di una lesione associata.

Trattamento
Il trattamento è in genere incruento, esso prevede la riduzione del dolore e del gonfiore, un adeguata immobilizzazione seguita da una valida riabilitazione.

La FisioLive suddivide il trattamento in quattro fasi:

- Acuta: nella prima fase il protocollo più accreditato e' il RICE acronimo di R=riposo, I=ghiaccio, C=compressione, E=scarico. I tempi e la gestione del protocollo è proporzionale alla gravità della lesione, comunque questo approccio deve essere eseguito dai primi istanti della distorsione.

- Sub-acuta: lo scopo del trattamento nella seconda fase è rappresentato dalla eliminazione del dolore, recupero dell'articolarità, eliminazione dell'edema, recupero della forza muscolare; per raggiungere questi obiettivi si utilizzano: terapie fisiche (ultrasuoni, Energia resistiva e capacitiva, Iaser, ipertermia ecc), tecniche di immobilizzazione e fisioterapia. Nel contempo si inizia una rieducazione funzionale; che mira a mantenere il tono e l’articolarità delle strutture ancora integre, onde evitare l’istaurarsi di fenomeni di limitazione secondari.

- Ritorno all’attività: la terza fase prevede il recupero della propriocettività e forza facendo attenzione alla prevenzione delle recidive. In questa fase sono utilizzate le metodiche dell’Allenamento Terapeutico Integrato mirate non soltanto alla caviglia lesionata ma a tutte le strutture che, per la necessaria inattività, hanno perso il loro giusto tono muscolare. Quindi un programma che mira ad un ritorno all’attività in piena sicurezza.

- Attività sportiva: questa ultima fase sarà dedicata al ritorno all’attività sportiva in campo, ed in questo l’ATI provvederà a fare eseguire un programma allenante valido per lo sport praticato.

I pazienti con una storia di distorsioni ripetute e con una instabilità clinicamente evidente richiedono una stabilizzazione chirurgica (tecnica di Bostrom).

Conclusioni
Il trauma distorsivo della caviglia non deve mai essere sottovalutato.
È importante il tempestivo intervento al fine di classificare la distorsione e pianificare l' iter terapeutico; il recupero funzionale può variare da 3 a 5 settimane; bisogna sempre avere a mente: "Una caviglia lesa e instabile rappresenta il presupposto di distorsioni recidivanti"; si comprende quindi l'importanza di una buona rieducazione dopo un episodio distorsivo.


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Meniscectomia artroscopica

Estratto dall’articolo apparso su www.oasiortopedia.it1

Patologia meniscale
Una lesione del menisco è spesso la conseguenza di un trauma distorsivo del ginocchio ma può anche essere il risultato di un brusco piegamento sulle gambe, o ancora può essere la conseguenza di microtraumi continui legati al lavoro o allo sport.
Queste lesioni si manifestano sotto forma di irregolarità delle superfici meniscali con conseguente sensazione di scatto articolare, dolore e tumefazione del ginocchio dovuti ad infiammazione di origine meccanica. Spesso queste lesioni non guariscono spontaneamente ed è necessario l'intervento chirurgico. Se non viene adeguatamente trattata, una lesione meniscale può evolvere verso quadri patologici più seri, provocando l'usura della cartilagine del ginocchio e quindi l'artrosi.
Non sono ancora chiariti i meccanismi che possono condurre all'artrosi del ginocchio dopo una lesione meniscale, né quali possono essere i meccanismi di compenso dopo una meniscectomia, cioè l'asportazione del menisco: oggi comunque l'imperativo è cercare di salvare il menisco.


Una lesione meniscale può essere trattata con varie tecniche: (tutte eseguibili in artroscopia)


1) ASPORTAZIONE DELLA PORZIONE ROTTA DEL MENISCO OVVERO MENISCECTOMIA (Che può essere selettiva, parziale, subtotale o totale a seconda del tipo di rottura);

2) SUTURA MENISCALE - cioè tentativo di salvare il menisco riparandolo e reinserendolo nella posizione originaria.

L'impiego di una particolare tecnica chirurgica è in funzione del tipo di lesione del menisco e della qualità del tessuto meniscale. Infatti la sutura del menisco ha più successo in un soggetto giovane, con stoffa meniscale di buona qualità, piuttosto che in un soggetto più anziano in cui le lesioni degenerative legate all'età rendono più difficile la buona riuscita della sutura.
In generale, le lesioni del menisco che interessano la regione meno vascolarizzata vanno trattate con l'asportazione della parte lesa, mentre le rotture più periferiche, cioè della zona più vascolarizzata, possono beneficiare della tecnica della cruentazione, quando si tratta di una piccola disinserzione del margine periferico del menisco (e in tal caso si "gratta" con apposita raspetta la lesione, in modo da indurre un sanguinamento e una reazione cicatriziale), oppure si procede alla sutura meniscale, ovvero si procede ad applicare dei punti di sutura sulla breccia ancorando il menisco alla capsula.
Le rotture più grossolane del menisco sono quelle a "manico di secchia": il menisco, completa-mente staccato perifericamente, rimane inserito solo nel suo estremo anteriore e posteriore, potendo così dislocarsi davanti al condilo femorale impedendo l'articolarità del ginocchio che sarà bloccato in una posizione di leggera flessione: al chirurgo in genere, non rimane altra scelta che asportare la parte lesionata.


Protocollo riabilitativo

Il recupero cinesiterapico, deve essere attuato dal paziente sin dalle prime ore dopo l'inter¬vento. Attraverso una progressiva intensificazione degli esercizi ed una bilanciata programmazione per il potenziamento degli estensori e la distensione dei muscoli flessori della coscia si deve raggiungere un tonotrofismo muscolare valido in modo da consentire una precoce ripresa dell'attività sportiva o lavorativa.


I FASE

La prima fase comprende gli esercizi da eseguirsi molto precocemente. Si comincia con movi-menti attivi della caviglia e con contrazioni del muscolo quadricipite (isometriche, ovvero non accom¬pagnate da movimento articolare ), cercando di schiacciare il ginocchio contro il piano del letto. Plurime contrazioni (12-20) con alcuni secondi di riposo tra una contrazione e l'altra. Poi, ci si impegna nel sollevamento dell'arto operato, con il ginocchio esteso, fino a circa 50 cm dal piano del letto, mantenendo questa posizione per 20 secondi.
Il giorno successivo all'intervento il programma riabilitativo viene incrementato con esercizi di sollevamento laterale dell'arto esteso, nella posizione "sul fianco" con zavorra alla caviglia. Flesso estensioni attive del ginocchio strisciando il piede sul letto. Flesso estensioni del ginocchio in posizione eretta, con appoggio ad un tavolo. Sempre appoggiati su di un tavolo, esercizi di sollevamento posteriore dell'arto a ginocchio esteso. Da seduti, esercizi di potenziamento degli adduttori effettuati ponendo un cuscino piegato tra le ginocchia e cercando di comprimerlo. Sempre da seduti, sollevamento verso il petto della coscia a ginocchio flesso
La tumefazione endoarticolare rilevabile nel post operatorio non deve rappresentare causa di apprensione per il paziente o il terapista, in quanto è un evento normale e non raggiunge mai un grado tale da dover sospendere il programma riabilitativo, ma può solo controindicare l'uso di resistenze più elevate.


Il FASE

Dopo pochi giorni dall'intervento si può iniziare una riabilitazione specifica presso un centro di rieducazione idoneo.
L'obiettivo della fisioterapia è quello di aumentare progressivamente i gradi di movimento del ginocchio e di recuperare la forza e l'elasticità muscolare. La Fisiolive con il suo Allenamento Terapeutico Integrato elabora un programma che dipende dal tipo di lesione meniscale, dal tipo di intervento subito e dall'obiettivo personale: se il paziente è un atleta, verrà integrato il periodo riabilitativo con esercizi specifici che preparino al ritorno allo sport.
La fisioterapia inizia con la mobilizzazione della rotula, il massaggio quadricipitale, ed il recupero della flesso estensione. Talora possono essere utili le elettrostimolazioni del quadricipite.
E' indicata anche la cyclette, che migliora l'articolarità e la forza muscolare: deve essere praticata dapprima a sella alta, pedalando sia con la punta sia con il tallone in modo da stimolare gradualmente i flessori del ginocchio ed i gemelli.
Per il miglioramento della forza, vengono effettuati esercizi di potenziamento muscolare per il quadricipite, gemelli, ischio-crurali, adduttori, abduttori, dapprima in scarico e poi con carichi progressivamente crescenti: il lavoro isotonico di contrazione in contro-resistenza manuale, viene effettuato nei diversi gradi di flessione si passa quindi ad esercizi in catena cinetica chiusa (con il piede solidale ad una superficie di appoggio) ed in catena cinetica aperta. Inizia anche il lavoro con le corde elastiche.
Non bisogna dimenticare, durante tutta la durata del programma riabilitativo, gli esercizi di stretching che vanno praticati all'inizio e alla fine delle sedute riabilitative:

Questi esercizi servono a migliorare l'elasticità muscolari devono essere dolci, lenti e prolungati.

Bisogna assolutamente evitare carichi di lavoro eccessivi ed esercizi che provocano dolore e tumefazione. Al termine di ogni seduta verrà applicato ghiaccio sul ginocchio.
A fianco del potenziamento muscolare è altrettanto utile l'esecuzione di esercizi su piani instabili per stimolare la propriocettività dell'arto operato. (Tavolette UFO)

III FASE

Dopo circa 20 giorni dall'intervento inizia la terza fase.
Il paziente può iniziare la corsa, dapprima in linea retta e con fasi intervallate di deambulazione per evitare sovraccarichi funzionali. Viene concessa la bicicletta su strada e anche la mountain bike. In palestra ci si avvale di appositi macchinari: step machine, leg press, leg curl, leg extension, adduttor machine. Vengono seguiti schemi di allenamento miranti a migliorare la forza muscolare (con carichi massimali e serie brevi) e la resistenza (con carichi intermedi e serie lunghe, ripetute).
In questa fase è utile continuare con gli esercizi in catena cinetica chiusa, ed in accordo con il preparatore atletico inizia l'allenamento specifico per lo sport, viene inserita la corsa, bicicletta e quanto altro utile per il recupero della piena forma fisica.

Una volta raggiunta una buona condizione generale in accordo con il tuo chirurgo e terapista potrai riprendere lo sport che ami come prima anzi...meglio!.


Sindrome Femoro-rotulea

Si definisce sindrome femoro-rotulea quel complesso di alterazioni morfofunzionali che determinano una gonalgia anteriore.

Dal punto di vista biomeccanico la posizione della rotula in rapporto alla troclea femorale dipende dalle inserzioni capsulolegamentose, tendinee e muscolari della bandelletta ileotibiale, del tendine rotuleo e del tendine del muscolo quadricipite. Come queste formazioni anatomiche sollecitano la rotula dipende da diversi fattori: grado di torsione tibiale che si modifica con la crescita e il grado di flessione del ginocchio. Lo stato di tensione del sistema legamentoso del ginocchio è il fattore che limita la rotazione tibiale: a ginocchio esteso non vi è rotazione che invece aumenta con l’aumento della flessione del ginocchio. Il muscolo quadricipite forma con il tendine rotuleo un angolo (angolo Q) che nei soggetti normali ha un valore inferiore ai 20°, mentre nel ginocchio malallineato aumenta. La contrazione del muscolo quadricipite provoca la lateralizzazione della rotula. Se lo spostamento esterno è impedito il quadricipite provoca una rotazione interna della tibia. I fattori che causano un’alterazione della posizione della rotula sono: intrarotazione femorale, ginocchio valgo, posizione esterna della tuberosità tibiale anteriore, aplasia dei condili femorali, difetto di forza muscolare. La lateralizzazione della rotula è ostacolata dal legamento alare mediale, dal muscolo vasto mediale e dalla profondità della troclea femorale. Pertanto un deficit del muscolo vastomediale o un’ipoplasia della troclea predispongono alla sublussazione della rotula. Quando non si realizza una congruenza ottimale tra la rotula e la troclea si ha l’iperpressione rotulea che può determinare quadri di condromalacia anche gravi.

Dal punto di vista eziopatogenetico la sindrome femoro-rotulea riconosce due cause: malallineamenti e displasie della rotula o della troclea.

Nello sportivo è generalmente una sindrome da sovraccarico in cui viene sollecitato l’apparato estensore (ad. esempio nella pallacanestro nella fase di freno e stacco nel terzo tempo). Può essere dovuta a sedute di allenamento intense o a materiali utilizzati (scarpe non idonee) o condizioni ambientali (superfici di gioco dure).
La sintomatologia è variabile per intensità e durata. Il dolore è di solito peri o retrorotuleo. La sensazione di cedimento articolare è il secondo sintomo più comune con idrarto.

Gli accertamenti diagnostici si avvalgono dei seguenti esami: RX con proiezioni assiali di rotula, TC, RM, Artroscopia diagnostica. Bisogna sempre escludere problemi reumatologici.

Cosa fare?: nella fase acuta riposo articolare e terapia del dolore. Successivamente terapia riabilitativa volta a potenziare il vasto mediale, stretching muscolotendineo, recupero funzionale attraverso la detenzione degli ischiocrurali. In alcuni casi è necessario l’intervento chirurgico che può essere indicato a correggere l’allineamento prossimale, distale e combinato.

Articolo apparso su www.fisionline.org

Periartrite di spalla

Il termine generico di "periartrite di spalla" coniato da Duplay nel 1872 viene comunemente usato per definire situazioni dolorose regionali della spalla da patologia extra-articolare.Nella periartrite di spalla comprendiamo le seguenti sindromi: sindrome da impingement, tendinite calcifica acuta e cronica, borsite sottoacromiale e capsulite adesiva.Queste sindromi sono responsabili di limitazione funzionale e dolore che si aggravano con l'attività articolare.Si tratta di una patologia che può essere riscontrata con maggior frequenza sia in attività lavorative che sportive in cui ci sia un eccessivo uso del braccio.La periartrite di spalla è una patologia da sovraccarico che colpisce i muscoli extrarotatori dell'arto superiore (sovraspinoso, sottospinoso, piccolo rotondo) oppure le borse mucose (sottoacromiale, sottocoracoidea e sottoscapolare). L'articolazione della spalla in alcuni atleti è sottoposta ad un sovraccarico funzionale notevole; quindi può essere sede di microtraumi ripetuti che possono determinare una sindrome dolorosa che causa di frequente sospensione dell'attività sportiva. Generalmente il dolore è localizzato dal paziente in corrispondenza della faccia antero-laterale della spalla con tendenza all'irradiazione lungo la faccia anteriore del braccio. Alla digitopressione è possibile risvegliare un dolore vivo in corrispondenza del solco bicipitale. Un aggravamento della sintomatologia dolorosa si verifica anche quando si mobilizza l'articolazione.

Per comprendere il substrato patogenetico dei diversi quadri clinici, occorre avere ben presenti alcuni importanti aspetti anatomo-funzionali:

1) Esistenza di una zona di maggior usura in corrispondenza dell'inserzione del muscolo sopraspinato. Questa zona è particolarmente delicata a causa dei traumi ripetitivi della testa omerale contro il margine anteriore dell'acromion nel corso dei movimenti di elevazione ed abduzione del braccio, traumi responsabili di molte situazioni dolorose locali ("impigement syndromes"). Anche il tendine del capo lungo del bicipite è sottoposto a notevole usura, specie in prossimità della grande tuberosità e nel punto ove si impegna nel solco bicipitale.

2) La presenza di zone di precaria vascolarizzazione a livello del tendine del sopraspinato e del tendine del capo lungo del bicipite. Molto vulnerabile è la cosiddetta "zona critica", una porzione del tendine del sopraspinato situata circa a 1 cm medialmente rispetto all'inserzione della grande tuberosità. Si tratta di una zona poco vascolarizzata che diventa ischemica durante il movimento quando viene sottoposta ad una pressione anormale. Attraverso meccanismi complessi intervengono, quasi certamente, anche fattori di ordine sistemico, la degenerazione delle fibre tendinee crea i presupposti per la precipitazione di materiale calcareo per lo più costituito da cristalli di idrossiapatite.

Dopo una "fase silente" subclinica, i cristalli, purché sufficientemente abbondanti, si rendono visibili sui radiogrammi (tendinite calcifica). Le calcificazioni interessano più spesso il tendine del sopraspinato, seguito nell'ordine dal sottospinato, dal piccolo rotondo e dal sottoscapolare. Il deposito calcifico successivamente aumenta di volume infiltrando le fibre dei tendini vicini e sollevando il pavimento della borsa sottoacromiale. Quindi tende a farsi strada e rompersi sotto il pavimento della borsa o direttamente nella borsa stessa. La rottura del tendine, che può essere parziale o totale, crea una comunicazione tra borsa e cavità articolare ben documentabile con l'artrografia. Contemporaneamente alle lesioni tendinee, possono verificarsi alterazioni dei tessuti peritendinei. Le strutture ossee adiacenti reagiscono con sclerosi, osteofitosi ed atrofia.

Sindrome da impingment

La sindrome da impingement o sindrome da conflitto sotto-acromiale è riconducibile all'urto, provocato dai ripetuti movimenti del braccio, della grande tuberosità contro il margine anteriore e la superficie inferiore del terzo anteriore dell'acromion, contro il legamento coraco-omerale e, occasionalmente, anche contro l'articolazione acromion-claveare.
Qualsiasi causa capace di provocare un ingombro meccanico nella regione è potenzialmente responsabile di attrito anomalo. La zona critica di usura è incentrata a livello del tendine del sopraspinato, in prossimità del punto d'inserzione alla grande tuberosità. Altra importante sede di attrito è il tendine del capo lungo del bicipite. Anche la presenza di grossolani osteofiti acromion-claveari può rappresentare un'insolita e distinta causa di "impingement". Col tempo la sindrome, cui si deve il 95% dei casi di lesione della cuffia dei rotatori, può completarsi col quadro clinico e radiologico della tendinite calcifica o della borsite sotto-acromiale. Le fasi evolutive del processo sono: - Fase dell'edema e dell'emorragia, osservabile soprattutto nei giovani sportivi. Le alterazioni anatomo-patologiche sono reversibili e non si manifesta invalidità. Questa fase è radiologicamente silente.

- Fase della fibrosi e della tendinite, in cui i ripetuti episodi di flogosi favoriscono una partecipazione borsitici. In questa fase si manifestano fenomeni tendinitici e la flogosi cronica della borsa sottoacromion-deltoidea tende a creare una fibrosi. Si rinviene in soggetti con età inferiore a 40 anni in cui sono spesso richieste prestazioni massimali alla spalla.

- Fase degli speroni ossei e delle rotture tendinee, quasi esclusiva delle fasce di età superiore ai 40 anni e non riguarda sportivi in attività agonistica.

Il quadro clinico di questa sindrome varia in relazione alla fase in cui si trova la malattia ed in base all'età del soggetto.Nel primo stadio dell'edema e dell'emorragia, tipico dei soggetti giovani e con intenso carico sportivo alla spalla la sintomatologia dolorosa insorge dopo un'intensa prestazione atletica o dopo uno sforzo a carico del cingolo scapolo-omerale e si attenua con il riposo spontaneamente. Nel secondo stadio della fibrosi e della tendinite il dolore è persistente, si attenua con il riposo ma, inevitabilmente, si ripresenterà con la ripresa del gesto che lo aveva indotto. Nel terzo ed ultimo stadio degli speroni ossei e delle rotture tendinee il dolore è continuo e persistente, anche notturno, non regredisce con il riposo. Sono presenti deficit della motilità attiva e della forza legati alla rottura dei muscoli della cuffia dei rotatori. Obiettivamente si riscontra la positività del test di Neer con arco doloroso fra i 60° e 120° di elevazione anteriore passiva della spalla.

Il trattamento della periartrite di spalla ai primi stadi è essenzialmente conservativo e si attua mediante la riduzione dell'attività fisica, la terapia farmacologica con FANS per via generale, la terapia farmacologica per via locale (mesoterapia mirata con F.A.N.S. o infiltrazioni cortisoniche), l'elettro-analgesia (mediante ionoforesi o T.E.N.S. o correnti diadinamiche) e l'ultrasuonoterapia. La kinesiterapia sarà indispensabile per ripristinare l'articolarità compromessa specie nelle forme cliniche di spalla congelata; il ripristino della motilità sarà d'ausilio per potenziare i risultati raggiunti dalla terapia medica e fisica mentre gli esercizi di rinforzo muscolare mireranno a potenziare i gruppi muscolari deficitari. Per i casi refrattari, negli ultimi stadi del processo morboso e se il trattamento incruento è insoddisfacente è possibile attuare la terapia chirurgica di acromionplastica artroscopica o a cielo aperto. Resta sempre importante la profilassi in quanto nessun trattamento riesce a garantire la rapida remissione di un quadro inveterato. In numerosi pazienti eseguendo semplici esercizi che mobilizzano la spalla entro un ampio grado di motilità in tutte le condizioni che promuovono l'inattività del braccio è possibile prevenireefficacemente lo svilupparsi della condizione morbosa.


Articolo apparso su www.fisionline.org

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La Scoliosi valutazione e trattamento

Scritto da Administrator.

Che cos'è la scoliosi?
La scoliosi è una malattia della colonna vertebrale caratterizzata da una deviazione del suo normale asse su tutti e tre i piani corporei coinvolgendo altre regioni corporee, in specie, il torace.
Queste alterazioni sono caratterizzate da uno o più curve del rachide con rotazione nello spazio dei corpi vertebrali. Nel tratto toracico la rotazione vertebrale si accompagna a rotazione delle coste con formazione di una deformità detta "gibbo". Tutt'oggi rimangono sconosciute le cause della scoliosi, ma sappiamo che è più frequente e progressiva nelle femmine e che alcune famiglie sono più colpite di altre. La scoliosi compare in genere in età infantile e può aggravarsi negli anni fino al periodo della massima crescita corporea, ossia due-tre anni dopo l'inizio del menarca (prima mestruazione) nella donna e la comparsa del timbro vocale maschile nell'uomo anche se vi possono essere incrementi delle curve fino a circa 20 anni ed anche in certe situazioni della vita adulta come la gravidanza.
Qual è la differenza fra scoliosi e atteggiamento scoliotico?
Gli atteggiamenti scoliotici e le scoliosi posturali non sono scoliosi "vere" perché le deviazioni della colonna sono evidenziabili solo sul piano frontale. Infatti se facciamo flettere in avanti un paziente con scoliosi comparirà una deformazione del tronco, più o meno evidente in rapporto alla gravità della malattia, mentre negli atteggiamenti scoliotici non si rivelerà alcuna asimmetria.

Come si fa la diagnosi di scoliosi?
E' necessaria una accurata anamnesi ed una attenta visita medica con cui si ricercano pochi ma fondamentali segni clinici. In alcuni casi è necessario nel dubbio rivisitare il giovane paziente a distanza di qualche mese. Talvolta si rende necessario eseguire un esame radiografico che deve essere fatto in piedi e generalmente in due proiezioni, frontale e laterale. Questo ci permette di valutare il tipo e la gravità della scoliosi e di definire anche la maturità ossea del paziente per prevedere la potenziale evolutività della malattia.
Si può curare la scoliosi?
La scoliosi si manifesta con una ampia varietà di quadri e di gravità. Oggi grazie alla diagnosi precoce si riesce nella maggior parte dei casi a controllare l'evoluzione della malattia con il trattamento conservativo e solo in rarissimi casi si ricorre all'intervento chirurgico.
Su cosa si basa il trattamento conservativo della scoliosi?
E' necessario inquadrare bene il singolo caso per poter successivamente impostare uno specifico programma rieducativo. Nei casi più leggeri può essere sufficiente un apposito approccio cinesiologico, con modesto impegno del paziente, ma talvolta protratto nel tempo finché non si raggiunge un'adeguata stabilità del sistema muscolo- scheletrico
Nei casi più gravi può rendersi necessario l'uso di un corsetto ortopedico, specifico per il tipo di scoliosi, da indossare per un certo numero di ore al giorno e per un periodo di tempo variabile. Anche qui si assocerà un programma cinesiterapico che il paziente dovrà eseguire anche a domicilio per prevenire l'ipotrofia muscolare provocata dalla costrizione del busto.
Che tipo di cinesiologia è più indicata nella scoliosi?
Esistono diversi metodi riconosciuti validi nel trattamento riabilitativo della scoliosi.
I principi fondamentali su cui si basano sono:
· riequilibrare le asimmetrie globali corporee
· mobilizzare le regioni vertebrali troppo rigide (curva primaria)
· irrigidire le curve vertebrali mobili (curve secondarie)
· agire sempre tridimensionalmente
· valutare e trattare asimmetrie degli arti, del capo e del bacino
· automatizzare e fissare nella motricità quotidiana le posture corrette ottenute