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Dott. Fabrizio Cecchetti

FisioLive.net - Patologie comuni
La distorsione di caviglia PDF  | Stampa |  E-mail
Articolo apparso su internet e liberamente modificato

Introduzione
La distorsione di caviglia e' il più frequente trauma muscolo-scheletrico dell' arto inferiore, si pensi che in Italia si stimano circa 50.000 traumi distorsivi in un giorno, questi, interessano, prevalentemente, soggetti che praticano sport da salto (pallavolo,basket) o da contatto (calcio, rugby) senza tralasciare, altresì, i traumi accidentali domestici.

Definizione
La distorsione di caviglia si può definire come una lesione delle parti molli che si verifica quando il movimento dell'astragalo supera i limiti fisiologici imposti dai legamenti che lo vincolano; i traumi distorsivi di caviglia possono avvenire in inversione del piede (più frequente) o in eversione; i legamenti deltoideo,peroneo-astragalico-anteriore,peroneo-calcaneare sono esposti nel subire una lesione isolata o combinata.

Classificazione
E' importante descrivere la gravità della lesione e per tale motivo e' stato adottato un sistema di classificazione con una scala che va da I a III.

Grado I : Il I grado e' una lesione in cui i legamenti della caviglia hanno conservato la propria stabilità ma c'è stato un minimo sovvertimento strutturale; in questi casi la dolorabilità e' presente solo in una zona isolata con minimo gonfiore localizzato.
Nelle distorsioni di I grado non vi sono patologie ossee associate, in genere la prognosi e' buona con restitutio ad integrum.

Grado II : In questo caso si tratta di una lesione piu' complessa in cui e' possibile la lacerazione parziale di uno o più legamenti; sovente e' presente edema e dolore indice indiscusso di possibile rottura dei legamenti. Non bisogna trascurare in questo grado la possibilità di una patologia associata.

Grado III : Una distorsione di grado III comporta la lacerazione completa di almeno un legamento; il gonfiore e' notevole ed in genere e' presente un emartro (raccolta di sangue) della caviglia;la flessione dorsale e' dolorosa. In una distorsione di grado III la possibilità di una lesione articolare e' alta.

Come si fa la diagnosi:

La storia del paziente è importante per verificare la severità della lesione e le strutture lese; è importante sapere se si tratta della prima distorsione di caviglia oltre al meccanismo del trauma; un altro dato importante è l'entità del gonfiore che ci permetterà di classificarla, quindi l'esplorazione clinica verificando con una pressione delle dita la zona del legamento deltoideo (interno), peroneo-astragalico-anteriore, peroneo-calcaneale, del perone, base del V metatarso, malleolo mediale e la regione della sindesmosi; la prova del cassetto anteriore deve essere eseguita in tutti quei casi in cui si sospetta una lesione legamentosa.
Gli esami radiografici per le lesioni di II e III grado dovrebbero iniziare con una rx-grafia in antero-posteriore e laterale; l'utilizzo della risonanza magnetica non e giustificato in una fase acuta ma può avere un valore solo quando vi sia il sospetto di una lesione associata.

Trattamento
Il trattamento è in genere incruento, esso prevede la riduzione del dolore e del gonfiore, un adeguata immobilizzazione seguita da una valida riabilitazione.

La FisioLive suddivide il trattamento in quattro fasi:

- Acuta: nella prima fase il protocollo più accreditato e' il RICE acronimo di R=riposo, I=ghiaccio, C=compressione, E=scarico. I tempi e la gestione del protocollo è proporzionale alla gravità della lesione, comunque questo approccio deve essere eseguito dai primi istanti della distorsione.

- Sub-acuta: lo scopo del trattamento nella seconda fase è rappresentato dalla eliminazione del dolore, recupero dell'articolarità, eliminazione dell'edema, recupero della forza muscolare; per raggiungere questi obiettivi si utilizzano: terapie fisiche (ultrasuoni, Energia resistiva e capacitiva, Iaser, ipertermia ecc), tecniche di immobilizzazione e fisioterapia. Nel contempo si inizia una rieducazione funzionale; che mira a mantenere il tono e l’articolarità delle strutture ancora integre, onde evitare l’istaurarsi di fenomeni di limitazione secondari.

- Ritorno all’attività: la terza fase prevede il recupero della propriocettività e forza facendo attenzione alla prevenzione delle recidive. In questa fase sono utilizzate le metodiche dell’Allenamento Terapeutico Integrato mirate non soltanto alla caviglia lesionata ma a tutte le strutture che, per la necessaria inattività, hanno perso il loro giusto tono muscolare. Quindi un programma che mira ad un ritorno all’attività in piena sicurezza.

- Attività sportiva: questa ultima fase sarà dedicata al ritorno all’attività sportiva in campo, ed in questo l’ATI provvederà a fare eseguire un programma allenante valido per lo sport praticato.

I pazienti con una storia di distorsioni ripetute e con una instabilità clinicamente evidente richiedono una stabilizzazione chirurgica (tecnica di Bostrom).

Conclusioni
Il trauma distorsivo della caviglia non deve mai essere sottovalutato.
È importante il tempestivo intervento al fine di classificare la distorsione e pianificare l' iter terapeutico; il recupero funzionale può variare da 3 a 5 settimane; bisogna sempre avere a mente: "Una caviglia lesa e instabile rappresenta il presupposto di distorsioni recidivanti"; si comprende quindi l'importanza di una buona rieducazione dopo un episodio distorsivo.


 
Meniscectomia artroscopica PDF  | Stampa |  E-mail
Estratto dall’articolo apparso su www.oasiortopedia.it1

Patologia meniscale
Una lesione del menisco è spesso la conseguenza di un trauma distorsivo del ginocchio ma può anche essere il risultato di un brusco piegamento sulle gambe, o ancora può essere la conseguenza di microtraumi continui legati al lavoro o allo sport.
Queste lesioni si manifestano sotto forma di irregolarità delle superfici meniscali con conseguente sensazione di scatto articolare, dolore e tumefazione del ginocchio dovuti ad infiammazione di origine meccanica. Spesso queste lesioni non guariscono spontaneamente ed è necessario l'intervento chirurgico. Se non viene adeguatamente trattata, una lesione meniscale può evolvere verso quadri patologici più seri, provocando l'usura della cartilagine del ginocchio e quindi l'artrosi.
Non sono ancora chiariti i meccanismi che possono condurre all'artrosi del ginocchio dopo una lesione meniscale, né quali possono essere i meccanismi di compenso dopo una meniscectomia, cioè l'asportazione del menisco: oggi comunque l'imperativo è cercare di salvare il menisco.


Una lesione meniscale può essere trattata con varie tecniche: (tutte eseguibili in artroscopia)


1) ASPORTAZIONE DELLA PORZIONE ROTTA DEL MENISCO OVVERO MENISCECTOMIA (Che può essere selettiva, parziale, subtotale o totale a seconda del tipo di rottura);

2) SUTURA MENISCALE - cioè tentativo di salvare il menisco riparandolo e reinserendolo nella posizione originaria.

L'impiego di una particolare tecnica chirurgica è in funzione del tipo di lesione del menisco e della qualità del tessuto meniscale. Infatti la sutura del menisco ha più successo in un soggetto giovane, con stoffa meniscale di buona qualità, piuttosto che in un soggetto più anziano in cui le lesioni degenerative legate all'età rendono più difficile la buona riuscita della sutura.
In generale, le lesioni del menisco che interessano la regione meno vascolarizzata vanno trattate con l'asportazione della parte lesa, mentre le rotture più periferiche, cioè della zona più vascolarizzata, possono beneficiare della tecnica della cruentazione, quando si tratta di una piccola disinserzione del margine periferico del menisco (e in tal caso si "gratta" con apposita raspetta la lesione, in modo da indurre un sanguinamento e una reazione cicatriziale), oppure si procede alla sutura meniscale, ovvero si procede ad applicare dei punti di sutura sulla breccia ancorando il menisco alla capsula.
Le rotture più grossolane del menisco sono quelle a "manico di secchia": il menisco, completa-mente staccato perifericamente, rimane inserito solo nel suo estremo anteriore e posteriore, potendo così dislocarsi davanti al condilo femorale impedendo l'articolarità del ginocchio che sarà bloccato in una posizione di leggera flessione: al chirurgo in genere, non rimane altra scelta che asportare la parte lesionata.


Protocollo riabilitativo

Il recupero cinesiterapico, deve essere attuato dal paziente sin dalle prime ore dopo l'inter¬vento. Attraverso una progressiva intensificazione degli esercizi ed una bilanciata programmazione per il potenziamento degli estensori e la distensione dei muscoli flessori della coscia si deve raggiungere un tonotrofismo muscolare valido in modo da consentire una precoce ripresa dell'attività sportiva o lavorativa.


I FASE

La prima fase comprende gli esercizi da eseguirsi molto precocemente. Si comincia con movi-menti attivi della caviglia e con contrazioni del muscolo quadricipite (isometriche, ovvero non accom¬pagnate da movimento articolare ), cercando di schiacciare il ginocchio contro il piano del letto. Plurime contrazioni (12-20) con alcuni secondi di riposo tra una contrazione e l'altra. Poi, ci si impegna nel sollevamento dell'arto operato, con il ginocchio esteso, fino a circa 50 cm dal piano del letto, mantenendo questa posizione per 20 secondi.
Il giorno successivo all'intervento il programma riabilitativo viene incrementato con esercizi di sollevamento laterale dell'arto esteso, nella posizione "sul fianco" con zavorra alla caviglia. Flesso estensioni attive del ginocchio strisciando il piede sul letto. Flesso estensioni del ginocchio in posizione eretta, con appoggio ad un tavolo. Sempre appoggiati su di un tavolo, esercizi di sollevamento posteriore dell'arto a ginocchio esteso. Da seduti, esercizi di potenziamento degli adduttori effettuati ponendo un cuscino piegato tra le ginocchia e cercando di comprimerlo. Sempre da seduti, sollevamento verso il petto della coscia a ginocchio flesso
La tumefazione endoarticolare rilevabile nel post operatorio non deve rappresentare causa di apprensione per il paziente o il terapista, in quanto è un evento normale e non raggiunge mai un grado tale da dover sospendere il programma riabilitativo, ma può solo controindicare l'uso di resistenze più elevate.


Il FASE

Dopo pochi giorni dall'intervento si può iniziare una riabilitazione specifica presso un centro di rieducazione idoneo.
L'obiettivo della fisioterapia è quello di aumentare progressivamente i gradi di movimento del ginocchio e di recuperare la forza e l'elasticità muscolare. La Fisiolive con il suo Allenamento Terapeutico Integrato elabora un programma che dipende dal tipo di lesione meniscale, dal tipo di intervento subito e dall'obiettivo personale: se il paziente è un atleta, verrà integrato il periodo riabilitativo con esercizi specifici che preparino al ritorno allo sport.
La fisioterapia inizia con la mobilizzazione della rotula, il massaggio quadricipitale, ed il recupero della flesso estensione. Talora possono essere utili le elettrostimolazioni del quadricipite.
E' indicata anche la cyclette, che migliora l'articolarità e la forza muscolare: deve essere praticata dapprima a sella alta, pedalando sia con la punta sia con il tallone in modo da stimolare gradualmente i flessori del ginocchio ed i gemelli.
Per il miglioramento della forza, vengono effettuati esercizi di potenziamento muscolare per il quadricipite, gemelli, ischio-crurali, adduttori, abduttori, dapprima in scarico e poi con carichi progressivamente crescenti: il lavoro isotonico di contrazione in contro-resistenza manuale, viene effettuato nei diversi gradi di flessione si passa quindi ad esercizi in catena cinetica chiusa (con il piede solidale ad una superficie di appoggio) ed in catena cinetica aperta. Inizia anche il lavoro con le corde elastiche.
Non bisogna dimenticare, durante tutta la durata del programma riabilitativo, gli esercizi di stretching che vanno praticati all'inizio e alla fine delle sedute riabilitative:

Questi esercizi servono a migliorare l'elasticità muscolari devono essere dolci, lenti e prolungati.

Bisogna assolutamente evitare carichi di lavoro eccessivi ed esercizi che provocano dolore e tumefazione. Al termine di ogni seduta verrà applicato ghiaccio sul ginocchio.
A fianco del potenziamento muscolare è altrettanto utile l'esecuzione di esercizi su piani instabili per stimolare la propriocettività dell'arto operato. (Tavolette UFO)

III FASE

Dopo circa 20 giorni dall'intervento inizia la terza fase.
Il paziente può iniziare la corsa, dapprima in linea retta e con fasi intervallate di deambulazione per evitare sovraccarichi funzionali. Viene concessa la bicicletta su strada e anche la mountain bike. In palestra ci si avvale di appositi macchinari: step machine, leg press, leg curl, leg extension, adduttor machine. Vengono seguiti schemi di allenamento miranti a migliorare la forza muscolare (con carichi massimali e serie brevi) e la resistenza (con carichi intermedi e serie lunghe, ripetute).
In questa fase è utile continuare con gli esercizi in catena cinetica chiusa, ed in accordo con il preparatore atletico inizia l'allenamento specifico per lo sport, viene inserita la corsa, bicicletta e quanto altro utile per il recupero della piena forma fisica.

Una volta raggiunta una buona condizione generale in accordo con il tuo chirurgo e terapista potrai riprendere lo sport che ami come prima anzi...meglio!.


 
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Patologie Comuni

Periartrite di spalla

Il termine generico di "periartrite di spalla" coniato da Duplay nel 1872 viene comunemente usato per definire situazioni dolorose regionali della spalla da patologia extra-articolare.Nella periartrite di spalla comprendiamo le seguenti sindromi: sindrome da impingement, tendinite calcifica acuta e cronica, borsite sottoacromiale e capsulite adesiva.Queste sindromi sono responsabili di limitazione funzionale e dolore che si aggravano con l'attività articolare.Si tratta di una patologia che può essere riscontrata con maggior frequenza sia in attività lavorative che sportive in cui ci sia un eccessivo uso del braccio.La periartrite di spalla è una patologia da sovraccarico che colpisce i muscoli extrarotatori dell'arto superiore (sovraspinoso, sottospinoso, piccolo rotondo) oppure le borse mucose (sottoacromiale, sottocoracoidea e sottoscapolare). L'articolazione della spalla in alcuni atleti è sottoposta ad un sovraccarico funzionale notevole; quindi può essere sede di microtraumi ripetuti che possono determinare una sindrome dolorosa che causa di frequente sospensione dell'attività sportiva. Generalmente il dolore è localizzato dal paziente in corrispondenza della faccia antero-laterale della spalla con tendenza all'irradiazione lungo la faccia anteriore del braccio. Alla digitopressione è possibile risvegliare un dolore vivo in corrispondenza del solco bicipitale. Un aggravamento della sintomatologia dolorosa si verifica anche quando si mobilizza l'articolazione.

Per comprendere il substrato patogenetico dei diversi quadri clinici, occorre avere ben presenti alcuni importanti aspetti anatomo-funzionali:

1) Esistenza di una zona di maggior usura in corrispondenza dell'inserzione del muscolo sopraspinato. Questa zona è particolarmente delicata a causa dei traumi ripetitivi della testa omerale contro il margine anteriore dell'acromion nel corso dei movimenti di elevazione ed abduzione del braccio, traumi responsabili di molte situazioni dolorose locali ("impigement syndromes"). Anche il tendine del capo lungo del bicipite è sottoposto a notevole usura, specie in prossimità della grande tuberosità e nel punto ove si impegna nel solco bicipitale.

2) La presenza di zone di precaria vascolarizzazione a livello del tendine del sopraspinato e del tendine del capo lungo del bicipite. Molto vulnerabile è la cosiddetta "zona critica", una porzione del tendine del sopraspinato situata circa a 1 cm medialmente rispetto all'inserzione della grande tuberosità. Si tratta di una zona poco vascolarizzata che diventa ischemica durante il movimento quando viene sottoposta ad una pressione anormale. Attraverso meccanismi complessi intervengono, quasi certamente, anche fattori di ordine sistemico, la degenerazione delle fibre tendinee crea i presupposti per la precipitazione di materiale calcareo per lo più costituito da cristalli di idrossiapatite.

Dopo una "fase silente" subclinica, i cristalli, purché sufficientemente abbondanti, si rendono visibili sui radiogrammi (tendinite calcifica). Le calcificazioni interessano più spesso il tendine del sopraspinato, seguito nell'ordine dal sottospinato, dal piccolo rotondo e dal sottoscapolare. Il deposito calcifico successivamente aumenta di volume infiltrando le fibre dei tendini vicini e sollevando il pavimento della borsa sottoacromiale. Quindi tende a farsi strada e rompersi sotto il pavimento della borsa o direttamente nella borsa stessa. La rottura del tendine, che può essere parziale o totale, crea una comunicazione tra borsa e cavità articolare ben documentabile con l'artrografia. Contemporaneamente alle lesioni tendinee, possono verificarsi alterazioni dei tessuti peritendinei. Le strutture ossee adiacenti reagiscono con sclerosi, osteofitosi ed atrofia.

Sindrome da impingment

La sindrome da impingement o sindrome da conflitto sotto-acromiale è riconducibile all'urto, provocato dai ripetuti movimenti del braccio, della grande tuberosità contro il margine anteriore e la superficie inferiore del terzo anteriore dell'acromion, contro il legamento coraco-omerale e, occasionalmente, anche contro l'articolazione acromion-claveare.
Qualsiasi causa capace di provocare un ingombro meccanico nella regione è potenzialmente responsabile di attrito anomalo. La zona critica di usura è incentrata a livello del tendine del sopraspinato, in prossimità del punto d'inserzione alla grande tuberosità. Altra importante sede di attrito è il tendine del capo lungo del bicipite. Anche la presenza di grossolani osteofiti acromion-claveari può rappresentare un'insolita e distinta causa di "impingement". Col tempo la sindrome, cui si deve il 95% dei casi di lesione della cuffia dei rotatori, può completarsi col quadro clinico e radiologico della tendinite calcifica o della borsite sotto-acromiale. Le fasi evolutive del processo sono: - Fase dell'edema e dell'emorragia, osservabile soprattutto nei giovani sportivi. Le alterazioni anatomo-patologiche sono reversibili e non si manifesta invalidità. Questa fase è radiologicamente silente.

- Fase della fibrosi e della tendinite, in cui i ripetuti episodi di flogosi favoriscono una partecipazione borsitici. In questa fase si manifestano fenomeni tendinitici e la flogosi cronica della borsa sottoacromion-deltoidea tende a creare una fibrosi. Si rinviene in soggetti con età inferiore a 40 anni in cui sono spesso richieste prestazioni massimali alla spalla.

- Fase degli speroni ossei e delle rotture tendinee, quasi esclusiva delle fasce di età superiore ai 40 anni e non riguarda sportivi in attività agonistica.

Il quadro clinico di questa sindrome varia in relazione alla fase in cui si trova la malattia ed in base all'età del soggetto.Nel primo stadio dell'edema e dell'emorragia, tipico dei soggetti giovani e con intenso carico sportivo alla spalla la sintomatologia dolorosa insorge dopo un'intensa prestazione atletica o dopo uno sforzo a carico del cingolo scapolo-omerale e si attenua con il riposo spontaneamente. Nel secondo stadio della fibrosi e della tendinite il dolore è persistente, si attenua con il riposo ma, inevitabilmente, si ripresenterà con la ripresa del gesto che lo aveva indotto. Nel terzo ed ultimo stadio degli speroni ossei e delle rotture tendinee il dolore è continuo e persistente, anche notturno, non regredisce con il riposo. Sono presenti deficit della motilità attiva e della forza legati alla rottura dei muscoli della cuffia dei rotatori. Obiettivamente si riscontra la positività del test di Neer con arco doloroso fra i 60° e 120° di elevazione anteriore passiva della spalla.

Il trattamento della periartrite di spalla ai primi stadi è essenzialmente conservativo e si attua mediante la riduzione dell'attività fisica, la terapia farmacologica con FANS per via generale, la terapia farmacologica per via locale (mesoterapia mirata con F.A.N.S. o infiltrazioni cortisoniche), l'elettro-analgesia (mediante ionoforesi o T.E.N.S. o correnti diadinamiche) e l'ultrasuonoterapia. La kinesiterapia sarà indispensabile per ripristinare l'articolarità compromessa specie nelle forme cliniche di spalla congelata; il ripristino della motilità sarà d'ausilio per potenziare i risultati raggiunti dalla terapia medica e fisica mentre gli esercizi di rinforzo muscolare mireranno a potenziare i gruppi muscolari deficitari. Per i casi refrattari, negli ultimi stadi del processo morboso e se il trattamento incruento è insoddisfacente è possibile attuare la terapia chirurgica di acromionplastica artroscopica o a cielo aperto. Resta sempre importante la profilassi in quanto nessun trattamento riesce a garantire la rapida remissione di un quadro inveterato. In numerosi pazienti eseguendo semplici esercizi che mobilizzano la spalla entro un ampio grado di motilità in tutte le condizioni che promuovono l'inattività del braccio è possibile prevenireefficacemente lo svilupparsi della condizione morbosa.


Articolo apparso su www.fisionline.org

 
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Sindrome Femoro-rotulea

Si definisce sindrome femoro-rotulea quel complesso di alterazioni morfofunzionali che determinano una gonalgia anteriore.

Dal punto di vista biomeccanico la posizione della rotula in rapporto alla troclea femorale dipende dalle inserzioni capsulolegamentose, tendinee e muscolari della bandelletta ileotibiale, del tendine rotuleo e del tendine del muscolo quadricipite. Come queste formazioni anatomiche sollecitano la rotula dipende da diversi fattori: grado di torsione tibiale che si modifica con la crescita e il grado di flessione del ginocchio. Lo stato di tensione del sistema legamentoso del ginocchio è il fattore che limita la rotazione tibiale: a ginocchio esteso non vi è rotazione che invece aumenta con l’aumento della flessione del ginocchio. Il muscolo quadricipite forma con il tendine rotuleo un angolo (angolo Q) che nei soggetti normali ha un valore inferiore ai 20°, mentre nel ginocchio malallineato aumenta. La contrazione del muscolo quadricipite provoca la lateralizzazione della rotula. Se lo spostamento esterno è impedito il quadricipite provoca una rotazione interna della tibia. I fattori che causano un’alterazione della posizione della rotula sono: intrarotazione femorale, ginocchio valgo, posizione esterna della tuberosità tibiale anteriore, aplasia dei condili femorali, difetto di forza muscolare. La lateralizzazione della rotula è ostacolata dal legamento alare mediale, dal muscolo vasto mediale e dalla profondità della troclea femorale. Pertanto un deficit del muscolo vastomediale o un’ipoplasia della troclea predispongono alla sublussazione della rotula. Quando non si realizza una congruenza ottimale tra la rotula e la troclea si ha l’iperpressione rotulea che può determinare quadri di condromalacia anche gravi.

Dal punto di vista eziopatogenetico la sindrome femoro-rotulea riconosce due cause: malallineamenti e displasie della rotula o della troclea.

Nello sportivo è generalmente una sindrome da sovraccarico in cui viene sollecitato l’apparato estensore (ad. esempio nella pallacanestro nella fase di freno e stacco nel terzo tempo). Può essere dovuta a sedute di allenamento intense o a materiali utilizzati (scarpe non idonee) o condizioni ambientali (superfici di gioco dure).
La sintomatologia è variabile per intensità e durata. Il dolore è di solito peri o retrorotuleo. La sensazione di cedimento articolare è il secondo sintomo più comune con idrarto.

Gli accertamenti diagnostici si avvalgono dei seguenti esami: RX con proiezioni assiali di rotula, TC, RM, Artroscopia diagnostica. Bisogna sempre escludere problemi reumatologici.

Cosa fare?: nella fase acuta riposo articolare e terapia del dolore. Successivamente terapia riabilitativa volta a potenziare il vasto mediale, stretching muscolotendineo, recupero funzionale attraverso la detenzione degli ischiocrurali. In alcuni casi è necessario l’intervento chirurgico che può essere indicato a correggere l’allineamento prossimale, distale e combinato.

Articolo apparso su www.fisionline.org

 
La Scoliosi valutazione e trattamento PDF  | Stampa |
Patologie Comuni
Che cos'è la scoliosi?
La scoliosi è una malattia della colonna vertebrale caratterizzata da una deviazione del suo normale asse su tutti e tre i piani corporei coinvolgendo altre regioni corporee, in specie, il torace.
Queste alterazioni sono caratterizzate da uno o più curve del rachide con rotazione nello spazio dei corpi vertebrali. Nel tratto toracico la rotazione vertebrale si accompagna a rotazione delle coste con formazione di una deformità detta "gibbo". Tutt'oggi rimangono sconosciute le cause della scoliosi, ma sappiamo che è più frequente e progressiva nelle femmine e che alcune famiglie sono più colpite di altre. La scoliosi compare in genere in età infantile e può aggravarsi negli anni fino al periodo della massima crescita corporea, ossia due-tre anni dopo l'inizio del menarca (prima mestruazione) nella donna e la comparsa del timbro vocale maschile nell'uomo anche se vi possono essere incrementi delle curve fino a circa 20 anni ed anche in certe situazioni della vita adulta come la gravidanza.
Qual è la differenza fra scoliosi e atteggiamento scoliotico?
Gli atteggiamenti scoliotici e le scoliosi posturali non sono scoliosi "vere" perché le deviazioni della colonna sono evidenziabili solo sul piano frontale. Infatti se facciamo flettere in avanti un paziente con scoliosi comparirà una deformazione del tronco, più o meno evidente in rapporto alla gravità della malattia, mentre negli atteggiamenti scoliotici non si rivelerà alcuna asimmetria.

Come si fa la diagnosi di scoliosi?
E' necessaria una accurata anamnesi ed una attenta visita medica con cui si ricercano pochi ma fondamentali segni clinici. In alcuni casi è necessario nel dubbio rivisitare il giovane paziente a distanza di qualche mese. Talvolta si rende necessario eseguire un esame radiografico che deve essere fatto in piedi e generalmente in due proiezioni, frontale e laterale. Questo ci permette di valutare il tipo e la gravità della scoliosi e di definire anche la maturità ossea del paziente per prevedere la potenziale evolutività della malattia.
Si può curare la scoliosi?
La scoliosi si manifesta con una ampia varietà di quadri e di gravità. Oggi grazie alla diagnosi precoce si riesce nella maggior parte dei casi a controllare l'evoluzione della malattia con il trattamento conservativo e solo in rarissimi casi si ricorre all'intervento chirurgico.
Su cosa si basa il trattamento conservativo della scoliosi?
E' necessario inquadrare bene il singolo caso per poter successivamente impostare uno specifico programma rieducativo. Nei casi più leggeri può essere sufficiente un apposito approccio cinesiologico, con modesto impegno del paziente, ma talvolta protratto nel tempo finché non si raggiunge un'adeguata stabilità del sistema muscolo- scheletrico
Nei casi più gravi può rendersi necessario l'uso di un corsetto ortopedico, specifico per il tipo di scoliosi, da indossare per un certo numero di ore al giorno e per un periodo di tempo variabile. Anche qui si assocerà un programma cinesiterapico che il paziente dovrà eseguire anche a domicilio per prevenire l'ipotrofia muscolare provocata dalla costrizione del busto.
Che tipo di cinesiologia è più indicata nella scoliosi?
Esistono diversi metodi riconosciuti validi nel trattamento riabilitativo della scoliosi.
I principi fondamentali su cui si basano sono:
· riequilibrare le asimmetrie globali corporee
· mobilizzare le regioni vertebrali troppo rigide (curva primaria)
· irrigidire le curve vertebrali mobili (curve secondarie)
· agire sempre tridimensionalmente
· valutare e trattare asimmetrie degli arti, del capo e del bacino
· automatizzare e fissare nella motricità quotidiana le posture corrette ottenute
 
Tunnel Carpale PDF  | Stampa |
Patologie Comuni
Si chiama Sindrome del Tunnel Carpale ed è una patologia della mano molto diffusa. Colpisce prevalentemente il sesso femminile tra i 40 e i 60 anni e si evidenzia con una compressione del nervo mediano a livello del polso.
Questo nervo è quello che fornisce sensibilità alle prime tre dita della mano (e alla metà del quarto dito) e trasmette gli impulsi motori ad un importante muscolo del pollice detto "opponente".
Si riconosce dal formicolio che si manifesta soprattutto durante la notte, sulle prime tre o quattro dita della mano (ma è il dito medio a essere di solito quello maggiormente interessato). Non mancano casi in cui il formicolio lascia il posto a un dolore che si irradia fino alla spalla.
Possono seguire alterazioni di sensibilità e forza: ne sono un esempio, l'incapacità del paziente a "fare forza" con la mano interessata e la percezione di una specie di impaccio nello svolgere i movimenti "fini" (abbottonarsi una camicia, inserire un filo nella cruna di un ago) o la tendenza a vedersi scivolare gli oggetti di mano.
Quando la sindrome entra nelle fasi più avanzate, i muscoli della base del pollice perdono volume e la sensibilità delle prime tre dita tende via via a scomparire.
In particolare, il nervo mediano lascia l'avambraccio e penetra nella mano percorrendo un canale (il tunnel carpale) che è formato da un "tetto" (il legamento trasverso del carpo) e da un "pavimento" (le ossa del polso). Nel tunnel, insieme al nervo mediano, vi sono nove tendini diretti ai muscoli flessori delle dita.
Ogni anomalia che provoca la diminuzione dello spazio disponibile all'interno del tunnel, provoca la sofferenza del nervo mediano: questa, infatti, tra tutte le strutture contenute all'interno, è la più delicata.
La sindrome è causata per lo più dall'ispessimento del legamento palmare trasverso che si verifica più frequentemente nelle donne nel periodo menopausale, come pure durante la gravidanza (tra il 3° e il 6° mese, in genere), o al termine di essa (in relazione alle modificazioni ormonali).
Ma anche il tipo di attività svolta può influire: ne possono risentire soggetti che esercitano prevalentemente attività manuali, faticose o ripetitive (operatrici di computer, casalinghe e dattilografe): queste provocano l'infiammazione di tendini o guaine dei tendini (tenosinoviti) che, aumentando di volume, finiscono per comprimere il nervo mediano nel tunnel carpale.
Infine, può incidere una ristrettezza congenita del canale, come pure cisti radicolari e tendinee, esiti di fratture di polso, artrite reumatoide, gotta, neoplasie, cicatrici retraenti della faccia palmare del polso.
Una diagnosi tempestiva è fondamentale: per questo è molto importante non sottovalutare i primi sintomi della sindrome.
La fisioterapia dà buoni risultati, soprattutto se la sindrome non è nelle fasi più avanzate.
Il protocollo terapeutico più recente ed efficace è rappresentato dall'associazione di TECARTERAPIA E ULTRASUONI unitamente ad un MASSAGGIO (quando la fase non è acuta) effettuato con una specifica tecnica sul legamento trasverso.
In caso di successo scarso, si può ricorrere a infiltrazioni di OSSIGENO-OZONO o di preparati steroidei.
Se tutte le terapie non danno esito positivo, l'intervento chirurgico rappresenta lo step successivo. Per via classica oppure endoscopica (cioè con l'ausilio delle fibre ottiche, l'intervento consiste nella sezione del legamento trasverso del carpo (il "tetto" del tunnel carpale) in modo da "creare spazio" al nervo mediano.
 
La Pubalgia PDF  | Stampa |
Patologie Comuni
Colpisce gli sportivi, a partire dai praticanti del calcio. Ma non risparmia chi fa scherma, hockey su ghiaccio, pallanuoto, pallamano, basket, corsa ad ostacoli e salto in alto.
Si distingue per il dolore in sede inguinale e/o pubica e/o sull'interno coscia.
E' un tipo di problematica che scaturisce da microtraumi ripetuti nel tempo e, per questo, è considerata una "patologia da sovraccarico".
La pubalgia può presentarsi sotto tre diverse forme:
· la "sindrome retto-adduttoria" che è un'infiammazione cronica dell'inserzione dei muscoli addominali e dei muscoli adduttori sul pube.
Il pube va facilmente incontro a patologie da sovraccarico dal momento che è soggetto a forti sollecitazioni: esso, che rappresenta il centro del bacino, è infatti il punto di confluenza di importanti tensioni muscolari, provenienti dall'alto (muscoli addominali), o dal basso (muscoli adduttori) che agiscono sulla sua superficie ridotta.
· la "sindrome sinfisaria" che rappresenta un parziale cedimento della sinfisi pubica (la formazione fibro-cartilaginea interposta tra i due emibacini). Ciò è causato da ripetuti microtraumi che portano ad un cedimento, il quale genera un'instabilità della sinfisi stessa, da cui consegue un'alterazione dell'equilibrio del bacino.
· la "sindrome della guaina del retto femorale" che è anche detta "sindrome del nervo perforante del retto addominale nel calciatore" ed è causata dallo stiramento del nervo perforante. Questo stiramento è dovuto a una fissurazione della fascia superficiale addominale.
Il sintomo principale della patologia è il dolore all'altezza dell'inguine e/o sul pube, e/o sulla faccia interna della coscia.
Nei casi meno gravi, è un tipo di dolore che compare al mattino, al risveglio, e all'inizio degli esercizi fisici; ma tende a scomparire con il riscaldamento. Questa cessazione del dolore è il segno distintivo che permette di distinguere il dolore della pubalgia da algie di altra natura.
Nelle fasi più avanzate, invece, il dolore diventa persistente e continuo e tende a farsi continuo e ad acutizzarsi con gli scatti e i cambi bruschi di direzione.
E' idea comune che la pubalgia sia causata dal gesto tecnico ripetuto dell'atleta. In realtà essa trova la sua ragione d'essere nelle disfunzioni biomeccaniche di origine ascendente (derivanti dal piede e dall'arto inferiore) o discendenti (derivanti da difetti posturali, occlusali ecc..).
Spesso la pubalgia può insorgere a seguito di una lesione muscolare o di una distorsione alla caviglia, piuttosto che di un contrasto violento o un calcio a vuoto.
In tutti questi casi, capita spesso che i muscoli tesi e dolenti stiano solo tentando di svolgere un'azione di difesa: ne deriva che, allungarli ed indebolirli attraverso posture, finisce spesso per peggiorare e cronicizzare il problema. Così facendo, infatti, non si tiene conto che la struttura viene privata di quella difesa naturale attuata per contrastare il problema.
La ragione delle pubalgie che si protraggono per mesi sta infatti in questa vecchia visione che prevedeva posture per l'allungamento dei distretti contratti e dolenti: queste, purtroppo, non risolvono il problema, bensì invalidano la prestazione sportiva dell'atleta.
E' ormai chiaro che, in una sindrome pubalgia, la zona del dolore, spesso, non va nemmeno toccata. La soluzione del problema sta infatti nella rimozione di ciò che l'ha causata.
E' buona cosa quindi lavorare sui distretti muscolari antagonisti e rinforzare le zone algiche con un lavoro fine e mirato.
Una corretta diagnosi è basilare per il buon esito della terapia. Secondari, in questo caso, sono il macchinario o il metodo utilizzati. Piuttosto, è importante trattare la patologia fin dall'inizio, così da evitare la sua cronicizzazione.
Per lo stesso motivo, è consigliato che l'atleta continui i trattamenti anche dopo il ritorno all'attività agonistica. Il che avverrà per un periodo più o meno lungo, a seconda dell'entità del problema riportato.
 
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Patologie Comuni
Il colpo di frusta è un movimento brusco non controllato del collo sino alla fine delle sue possibilità di movimento, in una o più direzioni, conseguente ad un incidente o ad un trauma. Classicamente è stato descritto nell'incidente automobilistico con tamponamento da dietro, anche se di fatto è oggi esteso a tutti gli incidenti che hanno questo meccanismo che porta a fine corsa articolare, ossia sino alla fine della possibilità di movimento il collo.
Bisogna tenere presente che la testa è come una palla pesante sospesa su un esile sostegno che si può muovere in tutte le direzioni. Ne consegue che, quando un movimento viene interrotto bruscamente come in un tamponamento, la testa che è pesante prosegue nella sua corsa in avanti, soprattutto quando il corpo è vincolato come con le cinture di sicurezza, sino a trazionare il collo.
Nei casi più gravi può provocare delle fratture e delle lesioni gravissime, ma in quello che viene comunemente chiamato il colpo di frusta c'è solo una lesione dei tessuti molli: muscoli, legamenti, dura madre spinale ed articolazioni. Questa lesione può essere più o meno importante ed in base alla gravità del problema si devono impostare le terapie.
Prima di tutto andare al Pronto Soccorso: non si deve trascurare mai anche un piccolo incidente, anche se il dolore non compare subito, perché a volte ci vogliono 24-48 ore prima che compaia il dolore e, anche per motivi assicurativi, è bene essere stati in Pronto Soccorso. Quindi, se il dolore ed il problema viene giudicato significativo dal medico, verranno fatte delle radiografie, dalle quali si potranno giudicare le condizioni del collo e, se necessario, anche delle radiografie dinamiche e/o con proiezioni particolari: queste, in funzione dell'andamento della patologia, sono consigliabili a due mesi di distanza dal trauma, quando si possono rivelare delle piccole lesioni che, in fase acuta, quando la muscolatura del collo è molto contratta, si possono non vedere.
In base all'entità del problema si può passare da nessuna terapia, al collare morbido a quello rigido. In Italia per tradizione si usa moltissimo il collare, ma numerosi studi hanno dimostrato recentemente che in molti casi è possibile farne a meno, apparentemente anche con risultati migliori a lungo termine. Questi studi sono tuttora sperimentali, quindi ci vorrà ancora del tempo prima di poter sapere con certezza quando è possibile farne a meno: ma di certo in molte occasioni si può già oggi pensare che l'immobilità dopo un colpo di frusta, soprattutto se non è stato grave, non deve per forza essere completa, anzi, si possono anche fare degli esercizi isometrici e dei movimenti per quanto permesso dal collare sette-dieci giorni prima di abbandonare il collare per consentire di accelerare la fase di liberazione.
Inizialmente si può avere il collo rigido, dolorante e, non di rado, con una sintomatologia vertiginosa. E' poco indicata, in questa fase la ricerca della mobilità persa, perché questa manovre scatenerebbero in strutture provate da un periodo di immobilità, il dolore e le vertigini. Un corretto programma terapeutico, invece, inizia con un lavoro a distanza " sbloccando" le strutture della colonna vertebrale più lontane dal collo, poi in una seconda fase , una volta che la mobilità del resto della colonna sarà buona, sarà possibile trattare direttamente anche le strutture Un corretto programma terapeutico, invece, inizia con un lavoro a distanza " sbloccando" le strutture della colonna vertebrale più lontane dal collo, sacro e vertebre lombari, poi in una seconda fase , una volta che la mobilità del resto della colonna sarà buona, sarà possibile trattare direttamente anche le strutture cervicali inserendo gradualmente anche degli esercizi mirati di recupero della mobilità.
In questa fase è particolarmente importante l'azione delle mani del terapista anche per il rimodellamento della lordosi cervicale, la curva fisiologica che spesso si perde in seguito al trauma che ha prodotto il colpo di frusta.
Purtroppo chi ha avuto un colpo di frusta, e non ha seguito un completo e opportuno programma rieducativo, tende ad avere qualche disturbo in più al collo con il passare degli anni. Si parla in questo caso di "SINDROMI TARDIVE" che possono anche evidenziarsi anni dopo il trauma oppure non passare mai completamente e, anzi, aggravarsi sempre di più, portando il paziente anche a stati depressivi. Anche in questo caso un intervento riabilitativo mirato è spesso risolutivo anche per casi che sembrano ormai cronici. In conclusione una valutazione tempestiva e globale del problema ed un corretto approccio graduale ridonano la completa funzionalità.

 
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