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Le lesioni muscolari |
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Patologie Comuni
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Le lesioni muscolari acute rappresentano il tipo di trauma più frequente nelle varie discipline sportive: esse hanno infatti un'incidenza del 10-30% e possono esse il risultato di un trauma diretto o di uno indiretto. Le lesioni derivate da traumi diretti sono il risultato dell'azione di un fattore esterno. In particolare, viene leso un numero di fibre muscolari direttamente proporzionale all'intensità del trauma e inversamente proporzionale al livello di contrattura del muscolo al momento dell'impatto. In condizioni di rilasciamento muscolare, infatti, l'intensità dell'onda pressoria che arriva al piano muscolare profondo ed al piano scheletrico è maggiore. Di solito, le fibre più colpite sono quelle profonde, adiacenti al piano osseo: ne deriva che il conseguente versamento ematico spesso non è visibile in superficie e capita quindi di frequente che certe contusioni profonde finiscano per essere sottovalutate. I sintomi vanno dal dolore localizzato, alla tumefazione seguita, dopo qualche giorno, da un'ecchimosi che può arrivare fino ad un ematoma diffuso e a una conseguente limitazione funzionale. Come terapia di primo intervento, bisogna mettere subito l'arto a riposo, applicavi un bendaggio compressivo e del ghiaccio in modo da arginare lo stravaso ematico. In un secondo momento, a seconda dell'entità del trauma, potrà essere opportuna un'ecografia che aiuti a comporre al meglio il quadro clinico. L'hypertemia e le correnti antalgiche, abbinate a un lavoro di allungamento muscolare, rappresentano il trattamento ideale per questo tipo di traumi diretti. Ancora più frequenti sono invece le lesioni derivate da traumi indiretti, ossia da quei traumi in cui è l'atleta stesso a provocarli. Esse possono essere il risultato di varie situazioni: una contrazione troppo rapida del muscolo proveniente da una fase di completo rilasciamento; un iperallungamento (ad esempio un "calcio a vuoto"); una preparazione o riscaldamento inadeguato di un muscolo; una vecchia lesione trascurata o non ben trattata la quale ha poi indebolito il muscolo; un iperallenamento che ha affaticato il muscolo; una eccessiva tensione muscolare legata sia a fattori fisiologici che psicologici; una ridotta elasticità del muscolo a causa di una temperatura eccessivamente bassa; un'attrezzatura utilizzata inadeguata. Le lesioni muscolari si classificano in base all'entità del danno anatomico. La contrattura non v'è una vera e propria lesione muscolare (tanto che di solito l'atleta riesce a terminare la gara) bensì un'alterazione del tono di una parte o di tutto il muscolo come reazione ad uno stimolo troppo intenso e prolungato. Il dolore compare dopo la partita o il giorno seguente. La terapia è rappresentata da: HYPERTERMIA, TENSTERAPIA, MASSOTERAPIA SPECIFICA, ALLUNGAMENTO MUSCOLARE IN ACQUA. La prognosi oscilla generalmente tra i 4 e i 7 giorni (rientro gara). Lo stiramento (o elongazione) provoca un dolore immediato che aumenta velocemente. Anche se il fastidio fosse sopportabile, è bene interrompere l'attività in corso per non procurarsi un danno muscolare maggiore. Lo stiramento infatti, seppur limitatamente a poche fibre muscolari, presenta comunque una lesione vera e propria accompagnata da un'alterazione marcata e localizzata del tono muscolare. In particolare, all'interno del muscolo si può evidenziare un ben definito "cordone" doloroso, nonché una piccola zona di avvallamento visibile anche a occhi inesperti. La terapia immediata consiste nel cosiddetto R.I.C.E., (dalle iniziali dei termini inglesi rest, ice, compression ed elevation; ovvero riposo, ghiaccio, compressione ed elevazione), ossia quattro passaggi che contribuiscono a ridurre l'edema. Il secondo o terzo giorno è bene effettuare anche un'ecografia che evidenzi al meglio il danno subito dal muscolo. Per il trattamento fisioterapico saranno utili HYPERTEMIA e LASERTERAPIA, unitamente a TENS ( corrente antalgica ) ed a un minuzioso lavoro di recupero muscolare mediante lavoro in acqua ( primo periodo ) e con esercizi in palestra. Per poter contare su una piena guarigione, oltre alla certezza di non avere ricadute, sarà necessario procedere a un recupero atletico da eseguire sul campo attraverso esercizi di rinforzo sia muscolare che atletico. La prognosi sta, di solito, tra i 15 e i 35 giorni, oltre i quali sarà comunque opportuno che il paziente stia sotto controllo specialistico ed esegua i trattamenti ancora per una decina di giorni circa. Le distorzioni possono essere di tre tipi, in relazione all'entità della lesione muscolare: nel 1° grado la lesione comprende la rottura di meno del 5% delle fibre muscolari; nel 2° grado c'è la rottura sia di fibre che di fascicoli muscolari; nel 3° grado la rottura del muscolo è totale o subtotale. L'ematoma è tanto maggiore quanto maggiore è il numero delle fibre muscolari interrotte. La distrazione si presenta con un dolore acuto, trafittivo, individuabile in un preciso punto del muscolo (a differenza della contrattura e dello stiramento) e capace di bloccare ogni attività in corso. Nelle lesioni di secondo grado, oltre a un dolore localizzato, ci sono anche una tumefazione e una ecchimosi: mentre in quelle di terzo grado si aggiungerà anche un avvallamento di una certa importanza (come uno "scalino") nella sede della lesione, con perdita del tono del muscolo interessato. Una volta avvertito il dolore, occorre attuare subito un intervento d'urgenza (Rice), tenere l'arto in scarico e contattare subito uno specialista: ogni minuto trascorso senza alcun intervento sulla zona può rappresentare un ritardo di un giorno nella guarigione.
La terapia per le lesioni di 1° grado si può effettuare (dopo un'ecografia) a 48 ore dal trauma, facendo ricorso a HYPERTERMIA, LASERTERAPIA, TENS E IMPACCHI CALDO UMIDI. Poi inizierà il recupero atletico (esercizi prima in acqua, poi in palestra e infine sul campo) mirato sia al potenziamento che al recupero dell'elasticità muscolare. L'attività agonistica potrà riprendere dopo 20/30 giorni. Anche nel caso delle lesioni di 2°grado, il R.I.C.E. è la prima cosa da fare, a cui seguiranno dai 2 ai 7 giorni di riposo assoluto necessario per favorire e accelerare la produzione di tessuto riparativo. La terapia fisica, con campi magnetici, potrà invece iniziare anche dopo 2/3 giorni dal trauma. Poi dopo 4/5 giorni si potrà procedere con l'HYPERTERMIA e la LASERTERAPIA CO2 ad intensità medio alta. Dopo 10/12 giorni potrà essere effettuato anche un massaggio perilesionale (sopra e sotto la lesione muscolare, così da non danneggiare il tessuto di riparazione). Parallelamente, terminata la prima settimana, potranno essere fatti degli esercizi di stretching in acqua che, praticato sotto la soglia del dolore, migliorerà la distribuzione del tessuto di riparazione, impedendo così il formarsi di ampie cicatrici del muscolo). Potranno inoltre essere utili, anch'essi inizialmente in acqua, esercizi di rinforzo muscolare, prima isometrici (cioè senza movimento degli arti), poi isotonici. La ripresa agonistica potrà avvenire dopo 30-50 giorni, ma bisognerà curare a fondo la fase di recupero atletico, senza abbandonare la terapia fisioterapica, onde scongiurare pericolose e frequenti ricadute. Infine, per le lesioni di terzo grado potrebbe essere necessaria un'immobilizzazione con tutore per 15-20 giorni. Anche in questo caso, il Rice deve essere immediato. Nelle lesioni serie che comportino la rottura del ventre muscolare, potrebbe essere addirittura necessario un intervento chirurgico di ricucitura del muscolo stesso. Per quanto riguarda la terapia, dopo un periodo di riposo assoluto durante il quale si può comunque fare ricorso a HYPERTERMIA e LASERTERAPIA CO2, il trattamento praticato è il medesimo delle lesioni di 2° grado. Estremamente cauta sarà la ripresa dell'attività: la voluminosa cicatrice è talvolta fonte di dolore per lungo tempo e sono frequenti i casi di recidive. Pertanto, anche dopo la ripresa dell'attività agonistica, è opportuno che l'atleta segua un protocollo terapeutico di mantenimento attraverso la fisioterapia e a un lavoro atletico specifico. |
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Fascite Plantare |
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Patologie Comuni
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Si parla di fascite plantare quando ci si trova in presenza di un'infiammazione della fascia plantare che si espande dal calcagno alle dita del piede, sostenendo la volta plantare. I sintomi sono quelli classici: un dolore al di sotto della pianta del piede generalmente sulla parte interna e più verso il calcagno. Solitamente, il momento più doloroso è al mattino, quando ci si deve alzare da letto; ma anche quando si ricomincia a camminare, dopo essere stati seduti a lungo. Le cause possono essere di tipo biomeccanico diretto: in particolare, una postura scompensata con fascia muscolare posteriore tesa che mette in tensione la fascia plantare, o una eccessiva pronazione del piede. Ma esistono anche cause indirette: dalle scarpe da corsa non adeguate o usurate, a terreni di gioco troppo duri. Inoltre, tra le cause della fascite plantare ci possono essere patologie di natura dismetabolica, (dovute a un metabolismo alterato) come l'insufficienza renale cronica, la gotta o il diabete. Oppure possono esserci patologie infiammatorie croniche come l'artrite reumatoide o il lupus eritematoso sistemico. Qualunque sia la causa, è comunque fondamentale affidarsi ad un Centro capace di effettuare una diagnosi adeguata, in modo da determinare un preciso percorso terapeutico. E' evidente, infatti, quanto sarebbe inutile destinare un paio di ortesi plantari ad un individuo che soffre di una fascite plantare dismetabolica, come pure sarebbe improduttivo concentrarsi sul metabolismo di un soggetto che ha una postura scorretta. Ma la fase valutativa deve saper anche escludere patologie ossee come microfratture, artriti, o altro, e quindi, in questo senso, è opportuno ricorrere a un esame radiografico. Non esiste quindi un unico trattamento per la fascite plantare. E' importante saper valutare i singoli casi e individuare la giusta terapia: da applicazioni locali ( ipertermia, ultrasuoni) a esercizi, in contemporanea, di allungamento e rinforzo selettivo. Ma è anche necessario saper capire quando è il caso di fermarsi: durante il periodo acuto è meglio sospendere o rallentare l'attività sportiva, trattare la parte con ghiaccio e, in alternativa, puntare su un tipo di un lavoro in acqua, in bici, oppure ricorrendo allo spinning. Non solo: per i casi più acuti sono consigliate, unitamente alla terapia farmacologia, le Onde d'urto da praticare nella zona fibrosa. Non è da escludere, in ultima analisi, l'ipotesi di un intervento chirurgico mirato al release della fascia plantare, con asportazione della borsa sottocalcaneare ed eventuale asportazione della spina calcaneare. Ma al di là dei casi limite, siamo certi che un buon trattamento riabilitativo sia sufficiente per la risoluzione del problema. E non solo: spesso esso può anche fungere da prevenzione nei confronti di recidive. |
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La Distorsione |
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La distorsione deriva dalla sollecitazione di un'articolazione oltre il limite della normale articolarità, tanto da provocare un eccessivo stiramento delle componenti capsulo-legamentose. Le conseguenze vanno dal danno parziale al danno totale di capsula, legamenti, tendini o menischi intraarticolari. Le distorsioni sono suddivise in tre gradi: I° grado: stiramento delle strutture capsulo-legamentose (SCL) senza lacerazioni o rotture II° grado: stiramento e parziale lacerazione delle SCL, senza compromissione della stabilità articolare III° grado: lacerazione sub-totale o rottura delle SCL, con instabilità articolare. La distorsione è più frequente al ginocchio e alla caviglia; seguiti da polso, gomito e dita delle mani. In particolare, il ginocchio è fortemente soggetto a questo tipo di lesioni per la particolare conformazione dell'articolazione tra tibia e femore. Le due superfici articolari hanno una superficie di contatto talmente ridotta da esserci una pressoché totale assenza di "incastro". La cosa fa sì che le SCL, (menischi, legamenti crociati, legamenti collaterali, capsula), oltre ad essere molto complesse, sono di fondamentale importanza per la stabilità articolare del ginocchio. In genere, le distorsioni vanno a braccetto con la vita sportiva: scontri con l'avversario, "cedimenti" improvvisi dell'articolazione dovuti ad un terreno sconnesso, preparazione fisica inadeguata o attrezzatura non adatta, sono tutti terreni fertili per i traumi. E se calcio, sci, rugby e basket sono "nemici giurati" del ginocchio; tennis, calcio e sci di fondo, lo sono per la caviglia. Il gomito invece se la deve vedere spesso con le arti marziali, il pugilato, il lancio del giavellotto, la scherma e il canottaggio; mentre le dita delle mani sono minacciate da pallavolo, basket, pallanuoto, pallamano e calcio (nel ruolo di portiere). Tuffi e lotta invece rischiano di ripercuotersi sulla colonna vertebrale. Ma anche semplici cadute accidentali, "storte", incidenti vari possono dare luogo a distorsioni.
I sintomi per individuare la distorsione vanno dalla tumefazione (gonfiore) dell'articolazione colpita, al dolore, al calore sull'area interessata, fino a un versamento emorragico nei casi più gravi. Nel caso di lesioni dell'arto inferiore, il paziente avverte dolore e non riesce a deambulare. Cosa fare? E' fondamentale ricorrere subito ad uno specialista che penserà ad effettuare tutti gli accertamenti diagnostici: una Rx eliminerà il dubbio di una frattura, un'ecografia o meglio ancora, una risonanza, consentiranno di valutare esattamente la lesione. Poi si potrà decidere il trattamento terapeutico più adeguato. Il primo provvedimento terapeutico è il cosiddetto R.I.C.E. (Rest, Ice, Compression, Elevation) che si articola in quattro passaggi: a) mettere a riposo e fuori carico l'articolazione b) applicare immediatamente e nei giorni successivi il ghiaccio, per mezz'ora e ogni 2-3 ore c) comprimere l'articolazione con un bendaggio rigido d) elevare l'arto per ridurre il travaso ematico e/o l'edema Dopo questa terapia, che deve essere immediata, il trattamento che segue non può che dipendere dall'entità della lesione. In particolare: per le distorsioni di I° grado basta solitamente un bendaggio funzionale e alcuni giorni di riposo; per quelle di II° grado, invece, il riposo si allunga verso le 2-3 settimane con l'arto da immobilizzarsi con un tutore o con una doccia gessata; le distorsioni di III° grado sono invece generalmente di pertinenza chirurgica (ricostruzioni capsulari e legamentose). A supporto della terapia, saranno somministrati farmaci antinfiammatori e miorilassanti. Qualunque sia il caso in questione, sarà comunque necessaria, concluso il periodo di riposo, una fase di riabilitazione adeguata (da 15 gg a 6 mesi, in caso di intervento chirurgico) che includerà esercizi mirati al rinforzo della muscolatura, al recupero dell'articolarità (ridotta dal riposo) e, soprattutto, alla rieducazione propriocettiva, necessaria per recuperare la sensibilità dell'articolazione (ovvero le sensazioni profonde del contatto dell'arto con il suolo o del movimento dell'arto nello spazio, indispensabili per una corretta coordinazione ed esecuzione del "gesto"). Un aiuto alla riabilitazione potrà anche arrivare col laser o la magnetoterapia, utili per ridurre infiammazione, edema e dolore. In tutte queste fasi terapeutiche sarà sempre cruciale l'interazione e la sinergia tra medico sportivo - ortopedico - fisiatra - fisioterapista - preparatore atletico: in sostanza il paziente verrà seguito da una vera e propria equipe riabilitativa. A fine terapia, un esame di tipo postrurografico-stabilometrico, fornirà informazioni importanti sullo stato di equilibrio e di postura del paziente. Per quanto riguarda la prevenzione, essa deve essere effettuata soprattutto a livello sportivo: l'affaticamento muscolare, la conoscenza dei "propri limiti", la scelta dell'attrezzatura (adeguata e di qualità), la scelta del terreno di gioco (più uniforme possibile) sono fattori importanti per garantire stabilità alle articolazioni e salute della muscolatura. L'"efficienza" di quest'ultima, che rappresenta il sostegno e l'"impalcatura" dell'articolazione, evita di incorrere in distorsioni. Infine, un occhio di riguardo deve essere riservato a quelle articolazioni che sono state già colpite da distorsioni e quindi sono soggette a recidive: il taping (bendaggio elastico di contenzione che permette tutti i movimenti limitandone parzialmente l'escursione) può essere una valida metodica a cui ricorrere durante la pratica sportiva.
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Epicondilite |
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Patologie Comuni
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Quante volte avete sentito parlare di "gomito del tennista"? Bene, la patologia in questione si chiama epicondilite ed è una tendinopatia inserzionale che interessa l'inserzione, sull'osso del gomito (la porzione di questo detta epicondilo), dei muscoli epicondilei delle dita e del polso (di quei muscoli cioè che permettono il piegamento all'indietro). I colpevoli di queste tendinopatie inserzionali sono movimenti eccessivamente ripetuti o attuati con troppa intensità che finiscono per portare a una progressiva infiammazione della giunzione osteo-tendinea. E se di solito si parla di "gomito del tennista", non è escluso che certe infiammazioni non possano derivare da altre discipline sportive, come pure non è detto che debba trattarsi per forza di una patologia esclusivamente sportiva. Non sono rari casi simili riscontrati in casalinghe, pianisti o persone alle prese, a lungo, col computer. Comune denominatore di tutte queste situazioni è infatti l'uso eccessivo dei muscoli estensori delle dita e del polso, spesso unitamente a processi dismetabolici o posture scorrette. E' evidente, quindi, quanto siano basilari certe precauzioni: da una corretta posizione di lavoro (i gomiti non devono stare troppo bassi), a una pausa ogni tanto. Nello sport, una valida prevenzione può essere rappresentata da un'attrezzatura tecnica adeguata, come pure da un allenamento "oculato". Per combattere certe patologie è comunque necessario saperle riconoscere velocemente: il sintomo principale è il dolore spontaneo, in forte aumento se si esercita una pressione sulla zona dell'epicondilo. Il dolore in questione che tende ad espandersi verso l'avambraccio e rende difficoltose anche le più semplici attività quotidiane. Per combatterlo è cruciale iniziare in tempi veloci la terapia, contattando al più presto lo specialista. In ogni caso, riposo e ghiaccio (10-15 minuti per più volte al giorno) sono i primi due ingredienti per avviare la cura, ma anche un tutore antiepicondilite a fascia, (si acquista nei negozi di sanitari) è utile per mettere a riposo i muscoli estensori, riducendo così la tensione sull'osso. Tra le terapie da effettuare all'interno di un centro specializzato, la più innovativa è la tecarterapia , da abbinare magari a qualche seduta di laserterapia. In caso di persistenza della sintomatologia, si può ricorrere ad alcune sedute di ossigeno-ozono-terapia o di onde d'urto. Fondamentale è non trascurare, una volta risolta la sintomatologia dolorosa, l'analisi delle cause che hanno portato alla patologia. E' necessario, infatti, che siano anch'esse trattate, così da non incorrere in fastidiose forme recidivanti.
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Patologie Comuni
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Le problematiche legate alla spalla dipendono dallo stato di salute o meno della cuffia dei rotatori, il gruppo muscolare che permette la mobilità della spalla stessa. Esso si compone dei tendini dei muscoli sopraspinoso, sottospinoso, sottoscapolare e piccolo rotondo, i quali permettono la rotazione esterna e interna. Queste strutture, insieme al capo lungo del bicipite brachiale e alla borsa sottoacromion-deltoidea, sono posizionate tra la testa dell'omero e un arco soprastante composto da acromion (una sporgenza postero-anteriore della scapola), processo coracoideo (una sporgenza anteriore della scapola) e legamento coraco-acromiale (quello che unisce le due sporgenze). La sofferenza di queste due strutture (un'infiammazione acuta o cronica, oppure una lesione vera e propria) portano a quella sindrome dolorosa che un tempo veniva definita periartrite scapolo-omerale.
I "responsabili" delle lesioni delle strutture osteo-muscolo-tendinee della spalla possono essere un sovraccarico funzionale (microtraumi ripetuti o sollecitazioni abnormi); alcuni traumi (diretti o indiretti) o una sorta di "conflitto" sub-acromiale (anche detto sindrome da attrito coraco-acromio-omerale) che si manifesta con un attrito tra la cuffia e il soprastante arco coraco-acromiale. Nello specifico, il sovraccarico è tipico degli sportivi (allenamento, tecnica o attrezzature scorrette), o di lavori particolari (ad esempio, certi lavori manuali). I traumi invece possono derivare da una caduta o da un colpo diretto. Nell'ipotesi del conflitto sub-acromiale, invece, esso può essere il risultato di un'artrosi che ha causato una formazione di osteofiti (sporgenze ossee) sull'acromion, i quali comprimono a loro volta la cuffia dei rotatori. Un primo stato infiammatorio acuto si accompagna alla formazione di tendinite o a una rottura tendinea: esse portano a loro volta a una progressiva cronicizzazione che si evolverà verso una fibrosi. Il primo sintomo è un dolore progressivo che si manifesta nei movimenti estremi dell'articolazione della spalla, soprattutto nelle rotazioni e nell'allargamento del braccio. Di solito è un tipo di dolore che non supera il gomito. Nelle fasi più avanzate, il dolore comparirà anche nel sonno e durante piccoli movimenti della spalla che poco alla volta il paziente cercherà di muovere sempre meno, col risultato conseguente che questa tenderà a bloccarsi progressivamente: la mancanza di una terapia adeguata porterà alla cosiddetta "spalla congelata". Risulta evidente che la diagnosi di uno specialista (un esame obiettivo associato a una risonanza magnetica) è fondamentale. In particolare, qualora si sia in presenza di un'infiammazione della cuffia dei rotatori, occorrerà procedere secondo un protocollo di fisioterapia, rappresentato da Laserterapia Co2, correnti modulate e mobilizzazioni articolari associate a tecarperapia. Nel caso invece di una rottura parziale o totale della cuffia, si rende necessario un intervento chirurgico di ricostruzione, preferibilmente per via artroscopica. Lo stesso varrà per un acromion troppo curvo che si è reso responsabile del trauma sulla cuffia. Nel caso, infine, di una spalla "congelata" (capsulite retrattile), sarà opportuno fare un intenso ciclo di fisioterapia che segua il protocollo illustrato sopra, magari associato a una mobilizzazione in acqua. Non solo: sarà opportuno che il paziente prosegua alcuni esercizi di mobilizzazione anche a casa. Solo qualche mese dopo, se si saranno raggiunti i risultati sperati, si procederà con l'intervento chirurgico. |
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Ernia del disco |
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Patologie Comuni
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Tra una vertebra e l'altra della colonna vertebrale vi è il cosiddetto disco intervertebrale,una sorta di ammortizzatore. Questo cuscinetto è costituito da una parte esterna, a forma di anello fibroso, detta "anulus", e da una parte interna, di consistenza molle, costituita per il 90% di acqua, detta "nucleo polposo"; questo ha la funzione di distribuire a tutto il disco le forze che lo sollecitano. Se tali sollecitazioni sono troppo forti oppure il disco è degenerato, (per esempio a causa di una usura eccessiva), può acccadere che l'anello fibroso si "sfianchi", deformandosi sotto la spinta del nucleo polposo, (ernia "contenuta", o "protrusione"), o si "rompa", facendo fuoriuscire il nucleo polposo, (ernia "espulsa"). Tuttavia abbiamo imparato a sentir definire l'ernia nei modi più vari: bulging, protrusione, rigonfiamento armonico (?!), ernia contenuta, espulsa, migrata, frammentata, sottolegamentosa, translegamentosa, estrusa, peduncolata, aggettante. Ci sembra che in merito ci sia molta confusione e che gli stessi pazienti non sappiano bene di cosa siano affetti… La ricerca del termine "ad effetto" sembra voler essere talvolta un modo per "tranquillizzare" il paziente, ma ciò, a nostro avviso, ingenera solamente disorientamento… Abbiamo provato, quindi, a spiegare, in parole povere, come si classificano le alterazioni del disco intervertebrale:
· una prima grande suddivisione è tra protrusione e ernia: nella protrusione esiste uno "sfiancamento" del disco, che tende a sporgere, ma le fibre dell'anulus che lo circonda sono integre. Nell'ernia, invece, l'anulus è danneggiato: quasi completamente (le fibre più esterne sono integre), nell'ernia contenuta, completamente nell'ernia espulsa.
· L'ernia espulsa, a sua volta, viene divisa ulteriormente: se non ha rotto il legamento longitudinale posteriore (una sorta di rinforzo posteriore delle vertebre che le separa dal midollo spinale), viene detta ernia espulsa sottolegamentosa, altrimenti ernia espulsa translegamentosa.
· Un'ulteriore suddivisione dell'ernia espulsa si basa sulla localizzazione dell'ernia stessa: se si è allontanata dal disco che l'ha prodotta, infatti, viene detta "migrata": possiammo quindi avere un'ernia espulsa migrata sottolegamentosa e un'ernia espulsa migrata translegamentosa.
Se infine l'ernia migrata ha mantenuto un contatto con il suo disco d'origine viene detta peduncolata, altrimenti frammentata. L'ernia discale può verificarsi in qualunque tratto della colonna vertebrale, ma la sua frequenza è nettamente prevalente nel tratto lombare, seguita a notevole distanza dal tratto cervicale; l'ernia dorsale è rara. A livello lombare gli spazi tra le vertebre L4-L5 e L5-S1, (L sta per lombare e S per sacrale), sono interessati nel 95% dei casi, con una quota rispettiva del 45% e 50%, mentre lo spazio L3-L4 incide per il 5% circa. L'ernia del disco può provocare dolori lombari, ("colpo della strega", lombalgia), oppure dolori radicolari, (agli arti inferiori: sciatalgia, cruralgia; agli arti superiori: brachialgia), così definiti poiché derivanti dalla stimolazione delle "radici" nervose che fuoriescono dalla colonna vertebrale.All'interno della colonna, infatti, sono contenuti il midollo spinale, (che termina all'inizio del tratto lombare), e le radici nervose (presenti nel tratto cervicale, dorsale e lombare); queste fuoriescono a coppie dal canale vertebrale, (una radice a destra e una a sinistra), in corrispondenza di ogni singola vertebra, attraverso un proprio "forame di coniugazione". Tali radici si prolungano formando i nervi, collegando così i centri nervosi alle varie parti del corpo. L'ernia, agendo come "corpo estraneo", tocca o comprime la radice, scatenando così il dolore ("conflitto disco-radicolare"); nei casi più gravi, la compressione può provocare disturbi della sensibilità, (formicolii, sensazione di arto "ovattato", ecc.), o un progressivo deficit di forza in quelle parti del corpo i cui nervi provengono dalla radice compressa. Il dolore può essere causato anche dall'irritazione da parte dell'ernia di altre strutture nervose (come piccole terminazioni sensitive distribuite sulla faccia posteriore delle vertebre), o dalla compressione di vasi che, rigonfiandosi di sangue, comprimono a loro volta le strutture nervose. Tuttavia alcuni studi recenti considerano la possibilità che il dolore possa essere scatenato non solo dalla compressione dell'ernia sul nervo, ma anche dalla produzione, da parte dell'ernia stessa, di sostanze chimiche irritanti che infiammerebbero la radice nervosa. La presenza di un dolore radicolare, (brachialgia, cruralgia, sciatalgia), o di un "colpo della strega", rappresenta un campanello d'allarme, così come l'accentuarsi del dolore con la tosse o con gli starnuti. Se la sintomatologia non dovesse regredire in pochi giorni con il riposo e gli antiinfiammatori, vi consigliamo di rivolgervi ad uno specialista che consiglierà degli esami da eseguire: qualora la diagnosi dovesse essere "ernia del disco", non fatevi prendere dal panico! Mentre fino a pochi anni fa parlare di ernia discale significava intervento chirurgico, oggi si tende a considerarlo come "ultima possibilità". Ci sono svariate metodologie per curare un ernia del disco. Innanzitutto, unitamente al supporto farmacologico, si possono eseguire terapie fisiche di nuova generazione quale laserterapia, horizontal terapia,ipertermia ecc.. Le terapie fisiche devono essere accompagnate da mobilizzazioni vertebrali e esercizi che gradualmente, compatibilmente con la diminuzione del dolore, dovranno essere sempre più impegnativi con lo scopo di diminuire la compressione che l'ernia esercita sulla radice nervosa. Poi in una seconda fase andrà valutato lo stato posturale del paziente e verra redatto un programma d i"rieducazione posturale globale", (conosciuta comunemente come ginnastica posturale), che mira all'allineamento e all'allungamento della colonna vertebrale e della muscolatura posteriore del corpo come primo passo verso un processo di prevenzione nei confronti di eventuali recidive. Nei casi più gravi e/o resistenti alle terapie sopraccitate si puo praticare la discolisi mediante ossigeno ozono terapia ( troverete a parte materiale informativo ) una terapia naturale con una percentuale di successo del 70-80%, che in alcuni casi provoca, oltre alla guarigione clinica, un'evidente riduzione dell'ernia, apprezzabile alla risonanza magnetica.
· L'ernia espulsa, a sua volta, viene divisa ulteriormente: se non ha rotto il legamento longitudinale posteriore (una sorta di rinforzo posteriore delle vertebre che le separa dal midollo spinale), viene detta ernia espulsa sottolegamentosa, altrimenti ernia espulsa translegamentosa. · Un'ulteriore suddivisione dell'ernia espulsa si basa sulla localizzazione dell'ernia stessa: se si è allontanata dal disco che l'ha prodotta, infatti, viene detta "migrata": possiammo quindi avere un'ernia espulsa migrata sottolegamentosa e un'ernia espulsa migrata translegamentosa. Se infine l'ernia migrata ha mantenuto un contatto con il suo disco d'origine viene detta peduncolata, altrimenti frammentata.
L'ernia discale può verificarsi in qualunque tratto della colonna vertebrale, ma la sua frequenza è nettamente prevalente nel tratto lombare, seguita a notevole distanza dal tratto cervicale; l'ernia dorsale è rara. A livello lombare gli spazi tra le vertebre L4-L5 e L5-S1, (L sta per lombare e S per sacrale), sono interessati nel 95% dei casi, con una quota rispettiva del 45% e 50%, mentre lo spazio L3-L4 incide per il 5% circa. L'ernia del disco può provocare dolori lombari, ("colpo della strega", lombalgia), oppure dolori radicolari, (agli arti inferiori: sciatalgia, cruralgia; agli arti superiori: brachialgia), così definiti poiché derivanti dalla stimolazione delle "radici" nervose che fuoriescono dalla colonna vertebrale.All'interno della colonna, infatti, sono contenuti il midollo spinale, (che termina all'inizio del tratto lombare), e le radici nervose (presenti nel tratto cervicale, dorsale e lombare); queste fuoriescono a coppie dal canale vertebrale, (una radice a destra e una a sinistra), in corrispondenza di ogni singola vertebra, attraverso un proprio "forame di coniugazione". Tali radici si prolungano formando i nervi, collegando così i centri nervosi alle varie parti del corpo. L'ernia, agendo come "corpo estraneo", tocca o comprime la radice, scatenando così il dolore ("conflitto disco-radicolare"); nei casi più gravi, la compressione può provocare disturbi della sensibilità, (formicolii, sensazione di arto "ovattato", ecc.), o un progressivo deficit di forza in quelle parti del corpo i cui nervi provengono dalla radice compressa. Il dolore può essere causato anche dall'irritazione da parte dell'ernia di altre strutture nervose (come piccole terminazioni sensitive distribuite sulla faccia posteriore delle vertebre), o dalla compressione di vasi che, rigonfiandosi di sangue, comprimono a loro volta le strutture nervose. Tuttavia alcuni studi recenti considerano la possibilità che il dolore possa essere scatenato non solo dalla compressione dell'ernia sul nervo, ma anche dalla produzione, da parte dell'ernia stessa, di sostanze chimiche irritanti che infiammerebbero la radice nervosa. La presenza di un dolore radicolare, (brachialgia, cruralgia, sciatalgia), o di un "colpo della strega", rappresenta un campanello d'allarme, così come l'accentuarsi del dolore con la tosse o con gli starnuti. Se la sintomatologia non dovesse regredire in pochi giorni con il riposo e gli antiinfiammatori, vi consigliamo di rivolgervi ad uno specialista che consiglierà degli esami da eseguire: qualora la diagnosi dovesse essere "ernia del disco", non fatevi prendere dal panico! Mentre fino a pochi anni fa parlare di ernia discale significava intervento chirurgico, oggi si tende a considerarlo come "ultima possibilità".
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